Bologna città aperta…. All’arte

di Anna Lisa Ghini Giglio e Susanna Bonini Verola

In attesa della 43ma edizione di ArteFiera, il salone d’arte moderna e contemporanea più longevo d’Italia, Bologna ritorna al centro della scena con una serie d’iniziative di grande interesse. Non solo “dotta” e “grassa”, la vivace città emiliana, da questo autunno alla primavera 2019, sarà  soprattutto città “aperta” al mondo, alla creatività e alle avanguardie artistiche internazionali, capace di calamitare l’attenzione di un pubblico sempre più ampio e di rispondere alle domande dell’esigente mercato di appassionati. Dietro a questa “nuova” Bologna, non c’è solo una realtà consolidata come ArteFiera (quasi 50mila presenze, un numero record, nell’edizione scorsa) ma anche investimenti importanti e una visione strategica condivisa da istituzioni, enti e imprenditori. Tra tante mostre ed eventi in calendario, abbiamo selezionato per voi gli appuntamenti che ci sembrano più interessanti:

 

HOKUSAI, HIROSHIGE. Oltre londa. (Museo Civico Archeologico, fino al 3 marzo)

Nel 2016 i musei di Bologna prestarono un centinaio di opere di Giorgio Morandi per una mostra che in Giappone fu vista da oltre 60mila persone. Cifra straordinaria, che a Bologna si ricorda ancora con stupore. Quella mostra, realizzata nell’ambito delle celebrazioni per il 150° anniversario delle relazioni Italia-Giappone, viene ora corrisposta con una altrettanto importante esposizione dei maestri Hokusai e Hiroshige, curata da Rossella Menegazzo – già curatrice di molte mostre dedicate ad artisti giapponesi inclusa la strepitosa esposizione di fotografie di Domon Ken all’Ara Pacis di Roma – e da Sarah E. Thompson. Nella cornice del Museo Civico Archeologico, le curatrici propongono un interessante percorso espositivo dove le silografie di Hokusai e Hiroshige vengono esposte in un confronto tematico e cronologico lineare, che va ben oltre l’iconica rappresentazione delle celebri onde e oltre certi stereotipi esoticheggianti. Hokusai e Hiroshige furono tra i principali autori della prima metà dell’Ottocento di ukiyo-e, stampe artistiche impresse con matrici di legno del cosiddetto mondo fluttuante, cioè il mondo degli attori, delle prostitute e dei quartieri delle città in forte espansione. In quel periodo storico, infatti, la ricca borghesia urbana richiedeva fortemente opere che rappresentassero la società contemporanea e non più soggetti di gusto classico – cioè raffigurazioni di stagioni, fiori, animali – tanto cari all’élite aristocratica.

Dietro la spinta della borghesia bisognosa di affermazione e di riconoscimento anche in campo artistico, nasceva quindi la rappresentazione delle scene di vita quotidiana urbana e rurale e dei paesaggi dalla natura dirompente. Le stampe includevano scene di vita di tutte le classi sociali, di persone al lavoro o dedite ai piaceri, immagini di mete del nascente business turistico e dei suoi pionieri (i borghesi) e, in contrasto, immagini della faticosa migrazione dei daimyo (signori feudali) ormai in declino, costretti dallo Shogun a trasferirsi nella capitale ad anni alterni per mantenerli sotto rigido controllo.

Hokusai, studioso di nuovi stili sia orientali che europei e grande sperimentatore, introduceva l’uso del colore spinto, soprattutto nel paesaggio, utilizzando anche l’inchiostro Berlin Blue appena importato in Giappone. Hiroshige introduceva il formato verticale, formato che produce una prospettiva di maggiore effetto. Inoltre, metteva in primissimo piano un elemento enorme, in una sorta di close up fotografico, lasciando gli altri elementi (in dimensioni piccolissime) sullo sfondo dell’immagine. Le linee diagonali e gli equilibri tra pieni e vuoti delle composizioni di Hiroshige influenzeranno fortemente le stampe di Toulouse Lautrec e la grafica contemporanea mentre i suoi paesaggi ispireranno Van Gogh e altri artisti europei seguaci del japonisme.

Le stampe di Hokusai e Hiroshige e di altri attirarono anche l’attenzione di stranieri temporaneamente residenti in Giappone che iniziarono a collezionarle e a esportarle. Le donazioni di questi, tra i quali William Sturgis Bigelow, hanno fatto sì che il Boston Museum potesse mantenere la più grande raccolta di silografie giapponesi al di fuori del Giappone. Una parte di queste, 250, sono esibite a Bologna e verranno archiviate alla chiusura della mostra per evitare il degrado causato dall’esposizione alla luce. Rimarranno comunque nella memoria alcune immagini così straordinariamente moderne, vicine a noi. Il postino con il suo carico sulla schiena che corre per effettuare la consegna rapidamente così simile agli odierni riders. La locandiera che strattona il turista per costringerlo a soggiornare nella sua pensione, esempio di marketing aggressivo molto contemporaneo. E infine l’onda che sta per inghiottire le barche dei pescatori con i suoi artigli, come li definì Van Gogh, di schiuma bianca, memento di una Natura che, ieri come oggi, esige rispetto.

 

13 ANNI E UN SECOLO – FOTOGRAFIA (VI ediz. Premio Fabbri per l’Arte, Palazzo Pepoli Campogrande, fino al 13 gennaio)

 

Riflettori puntati su un marchio che da più di “un secolo” è parte della nostra migliore tradizione gastronomica, oltre ad esser sinonimo di eccellenza del dolce Made in Italy. Si tratta di Fabbri 1905, gruppo italiano dell’industria dolciaria presente capillarmente nel mondo con i suoi sciroppi, gli ingredienti per il gelato artigianale e, ovviamente, la “storica” Amarena Fabbri. È dal 2005, anno del centenario dell’azienda, che il prelibato frutto, parente strettissimo della ciliegia, ispira artisti di fama internazionale e giovani talenti emergenti chiamati a interpretare, ognuno con il linguaggio artistico a lui più consono, la simbologia di Amarena Fabbri e dell’iconico vaso di ceramica a decori bianchi e blu, che la contiene. Nasce così, “13 anni” fa per l’appunto, la prima edizione del Premio Fabbri per l’Arte, manifestazione triennale che nel tempo si è conquistata uno spazio di tutto rilievo nell’agenda culturale bolognese: sia per la fama degli artisti e dei curatori che vi hanno via partecipato, sia per la qualità delle originalissime opere selezionate tra sculture, quadri, stampe e installazioni di video e net-art.

A presentare la nuova edizione del Premio, Umberto Fabbri, al timone del gruppo e dell’azienda assieme al fratello Nicola e al cugino Paolo. Pronipoti del fondatore, Gennaro Fabbri, sono l’espressione della quarta generazione di una famiglia che e’ riuscita a mantenere la guida della holding grazie alla sua straordinaria capacita’ di mettersi in sintonia con una societa’ in divenire e interpretarne le esigenze. Una famiglia che ha sempre seguito con attenzione anche il mondo dell’arte: sia promuovendolo, sia  trovandone ispirazione per i propri messaggi commerciali. Dalle scenografie realizzate da Renato Guttuso per il Carosello, ai siparietti comici di “Salomone il pirata pacioccone”, negli anni ’50, fino alle opere d’arte contemporanea che interpretano il prodotto in un linguaggio internazionale e assolutamente libero.

Caratterizza la sesta edizione del Premio, il taglio molto più specifico della rassegna che quest’anno si focalizza sulla fotografia, “un linguaggio – sottolinea l’ad – che oggi appare ancora più universale di quello, pur assoluto, dell’arte”.  A curare l’edizione 2018, è stato quindi chiamato Nino Migliori, un grande della fotografia internazionale che mosse i primi passi nel mondo dell’arte proprio mentre lavorava nell’azienda di Borgo Panigale.  Al suo appello hanno risposto oltre cento artisti, tra fotografi di chiara fama internazionale come Franco Fontana, Giovanni Gastel, e Joe Oppedisano e giovani talenti che si stanno facendo apprezzare nell’ambiente, come il cinese Rui Wu.  “Solo” 19 le opere selezionate per la grande mostra inaugurata lo scorso 7 dicembre, tre delle quali si sono anche aggiudicate ex aequo il prestigioso Premio Fabbri per la loro capacità di evocare la deliziosa ciliegia, coniugando maestria tecnica e creatività: il dittico Marena di Paola Binante, il Layers-Fabbri di Alessia De Montis e i “finti ideogrammi” di Rui Wu, composti a partire dalla celebre grafica del vaso Fabbri, ritagliata e fotografata in modo da ricordare un testo cinese in quattro parti.

 

ALPHONSE MUCHA (Palazzo Pallavicini, fino al 20 gennaio)

 

Un’altra prima volta per Bologna, con un importante retrospettiva sull’opera del celebre artista ceco Alphonse Mucha, influente personalità nella Ville Lumiere  di fine secolo, uno dei maggiori interpreti dell’Art Nouveau. Le splendide sale ottocentesche di Palazzo Pallavicini, da fine settembre, ospitano un’ottantina delle sue realizzazioni più iconiche tra cartelloni teatrali, poster, grafiche e immagini pubblicitarie. La selezione comprende anche ventisette opere che sbarcano per la prima volta in Italia e gettano una luce su aspetti meno conosciuti della sua vasta produzione: la sua personale interpretazione della grafica e della pubblicità (che con Mucha diventa arte) e la particolare idea di bellezza – il principio centrale nella sua arte – utilizzata anche per veicolare i primissimi messaggi commerciali.

 

PENDULUM. Merci e persone in movimento (Mast. PhotoGallery, fino al 12 gennaio)

 

Oltre 250 immagini storiche e contemporanee di sessantacinque artisti provenienti da tutto il mondo, che si sono cimentati sul tema dell’industria, del lavoro e del movimento. Tema particolarmente caro a una città che da sempre tiene a caratterizzarsi con l’etica del “fare”. La vasta selezione fotografica mette in luce da diverse prospettive l’energia e le aspirazioni che negli ultimi due secoli hanno mosso gli uomini a progettare infrastrutture per muovere merci, persone e dati. Le immagini provengono dalla collezione del MAST, fondazione nata cinque anni fa, grazie a ingenti investimenti pubblici, per mettere in “comunicazione”, attraverso l’arte, impresa e comunità. La mostra, a cura dello svizzero Urs Stahel, già direttore del celebre museo della fotografia di Winterthur, propone un’inedita riflessione sul tema della velocità e dell’accelerazione dei ritmi – simboleggiati non a caso dal moto perenne del pendolo – che caratterizza la società globale.

Anna Lisa Ghini Giglio

Master all’Università Lumsa di Roma e Dottorato all’Universita’ di Hull in Gran Bretagna. Ha compiuto ricerche su minoranze etniche, conflitti statali e non statali, violenza e non violenza politica, collaborando con IsIAO (Istituto Italiano per l’Africa e l’Oriente) e CeMiSS (Centro Militare di Studi Strategici) di Roma e le Università di Trieste e di Udine. Ha vissuto in Cina, Giappone, Hong Kong e Pakistan.

Susanna Bonini Verola

Ha vissuto a Parigi, dove ha terminato gli studi in Scienze Politiche, Bruxelles e Washington. Giornalista professionista e TV Producer, ha lavorato nelle trasmissioni di approfondimento di RaiNews24-Rai 3 e per i notiziari TV di Euronews (Lione). Dopo varie collaborazioni con radio e magazine, approda ad Adnkronos con cui collabora per oltre 10 anni. Rientrata a Roma, è impegnata nelle attività della No-Profit “US-Italy Global Affairs Forum”. Fa parte dell’attuale Direttivo. Coordina e cura questo Notiziario

5 Commenti
  1. Grazie per il vostro articolo, un affresco ricco e dettagliato di Bologna, città davvero universale! Grazie a imprenditori italiani come i fabbri (come non ricordare il rivoletto rosso dell’amarena sul gelato alla vaniglia della nostra infanzia?) che considerano l’arte una grande ricchezza in cui investire.
    Ora, ragazze, chi fa un salto a Matera ? 😉

    1. Mi prenoto per Matera….Ma non prima di aver rispolverato le memorie della ciliegina Fabbri sul cono alla vaniglia della nostra infanzia!!! Grazie Eleonora per il memo e per l’altrettanto allettante proposta di Matera.

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