Georgia, il futuro ha radici antiche

di Ester Denaro Bartoli

Arrivammo alle tre del mattino.  Era la nostra prima volta in Georgia. Scoprimmo che l’aeroporto di Tbilisi, nel cuore della notte, è affollato come un mercato a mezzogiorno.  Dall’auto scrutavo i primi viali, le bandiere europee ovunque, i palazzoni sovietici. Certo, un bel salto dagli scoiattoli dei boschi di Washington.  Finalmente, il nostro futuro quartiere, tutto viuzze e alberghi.  Dal balcone della residenza, le luci e la magia della città vecchia. La fortezza di Narikala. Le case arrampicate sulla collina. I ricami dei balconi di legno intarsiato. Il fumo dalle cupole dei bagni termali persiani. Il minareto della moschea che convive pacifico con le chiese ortodosse e la sinagoga.

E’ la città che ho imparato ad amare. Traffico e inquinamento, come in molte metropoli. Guida da rally urbano. Ma anche l’incanto di stradine di ciottoli. La disordinata curiosità del mercatino delle pulci. Il fascino decadente delle facciate art nouveau. La penombra suggestiva delle chiese. L’impianto urbanistico dell’italiano Scudieri, l’architetto capo di Tbilisi chiamato dal governatore dello zar, a metà del XIX secolo, per dare un volto europeo alla città. Gli innesti assertivi delle architetture  contemporanee (firmate De Lucchi, Fuksas, Zagari). Lo shabby chic dei caffè. Il talento degli artisti. Il design vintage di Rooms e Stamba (in passato tipografie sovietiche ora alberghi di tendenza, crocevia di atmosfere hipster). Il genio poetico di Rezo Gabriadze, il suo teatro di marionette artistiche, con la torre dell’orologio sbilenca e l’angelo cucù che rintocca le ore, e tante storie di locomotive innamorate, uccellini dal cuore avventuroso e cavalli sfigurati dalla guerra, a raccontare libertà e amore anche sotto il regime. La creatività dei giovani stilisti, le passerelle di Tbilisi Fashion week, il gusto con cui si curano e si vestono le donne. Il pane caldo appena staccato dalle pareti del forno. Il panorama all’arrivo della funicolare.  L’ostello Fabrika, ex fabbrica tessile, oggi incubatore urbano, tutto graffiti, laboratori d’arte, e spazi co-working. La villa astronave del magnate Ivanishvili, fondatore del partito al governo. L’eloquente statua di Madre Georgia, simbolo di un popolo fiero e ospitale. In una mano una coppa (per gli amici), nell’altra una spada (per i nemici).

Corridoio strategico tra Europa e Asia, tra grande e piccolo Caucaso, la Georgia è stata sempre attorniata, bramata e conquistata da giganti. Greci e romani. Poi mongoli, turchi, persiani e infine russi. Ma ha sempre mantenuto la sua identità forte e unica, come i caratteri misteriosi e intriganti del suo alfabeto protetto dall’Unesco o l’autocefalia della sua veneratissima chiesa ortodossa, forte di secoli di storia.

Ad ogni occasione, gli amici georgiani mi ripetono quanto amano l’Italia. E non è cortesia formale. Ci somigliamo davvero (nei pregi e nei difetti).  Come noi hanno radici antiche. Un passato d’oro: letteralmente. Basta ammirare la sofisticata precisione di orecchini e collane trovate nelle tombe della Colchide (ricordate il vello di Giasone?). Ma si può andare molto più indietro. Addirittura a un milione e ottocentomila anni fa. A quell’epoca risalgono gli ominidi di Dmanisi, lembo di campagna a una novantina di chilometri da Tbilisi. Scoperta sensazionale, perché l’homo erectus georgicus è il più remoto dei nostri antenati al di fuori dell’Africa. O si può spostare l’orologio indietro di ottomila anni. Archeologi hanno trovato tracce di vinicoltura risalenti al neolitico. La Georgia si vanta di essere la culla del vino. E la culla è di terracotta. Si chiama kvevri l’orcio incassato nel terreno con la bocca a filo del pavimento, dove i grappoli vengono messi a fermentare, graspo compreso. E’ così da secoli.

Cosí come da secoli il vino sugella incontri e innaffia il tradizionale banchetto georgiano. Chiamato supra. Un rito. Impossibile sottrarsi. L’opposto del fast food. L’abbondanza delle pietanze riversate in tavola, in piatti che si moltiplicano e si affastellano. Prova concreta della leggendaria ospitalità georgiana, della sacralità dell’ospite, dell’amicizia, della famiglia. L’onnipresente kachapuri, focaccia al formaggio declinata in ingredienti e forme diverse a seconda delle regioni. Leggera non direi. Buona di sicuro. L’ideale per il colesterolo? L’adjaruli, pizza a forma di piroga con in mezzo un tuorlo d’uovo spolverato di scaglie di burro…  Il menu è ricco. Ci sono i pkhali, polpette di verdure sminuzzate, con noci e semi di melograno; i badrijiani, melanzane ripiene di pasta di noci; i kinkhali, ravioloni con carne e brodo come quelli che mangiavamo a Pechino. La cucina porta le tracce delle contaminazioni culturali, i sapori delle civiltà diverse che qui si sono susseguite.

Come per ogni rito c’è un officiante. E’ il tamada. Il maestro di cerimonia, il bardo dei brindisi. Non importa quanto sia lunga la tavolata. Il perfetto tamada non perde mai il controllo dei commensali. Se c’è troppa confusione, allora è il momento di un nuovo brindisi. Se c’è troppo silenzio (più raro), è l’occasione per brindare ancora. Si comincia da Dio e dalla pace. E poi giù, coprendo ogni sorta di argomento. Il tamada non monopolizza. Comincia lui e poi delega. Ed incarica, via via, i vari commensali, presentandoli con parole gentili. Può sembrare un esercizio retorico (e a volte lo è). Ma a ben vedere è una cerimonia inclusiva, in cui tutti sono valorizzati, nessuno si sente ai margini. La prima parola georgiana da imparare? Gaumarjos (“salute!”). Spesso la conversazione è interrotta da possenti scoppi sonori: i canti polifonici. Anche questa una tradizione millenaria.

Il massimo è ascoltarli in montagna. Colonna sonora di paesaggi arcaici e di selvaggia bellezza. Ci sono regioni che sembrano la macchina del tempo. La leggenda vuole che Prometeo, Amirani in georgiano, fosse stato incatenato sul Caucaso per il furto del fuoco. La storia si fa paesaggio, quasi lunare, nella città-rupestre di Uplitstsikhe o a Vardzia (la Matera Georgiana) convento scavato nella roccia per ospitare fino a duemila monaci. Ushguli, nella remota terra degli Svan, nell’ovest del Paese, è un piccolo avamposto dell’umanità a 2.200 metri, uno dei villaggi più alti d’Europa. Lo Svaneti è terra misteriosa e inaccessibile. Vittorio Sella, fotografo e scalatore, nipote di Quintino, la esplorò a fine Ottocento. Lasciandoci immagini stupende di volti e montagne. Torri medievali, come a San Gimignano, cime immacolate tutt’intorno. Nelle chiesette, affreschi e icone raccontano una devozione antica. Accanto, le tracce di remoti riti pagani.

In Georgia trovi la bellezza primordiale. Ma anche i segni di una sofferenza mai sopita. Il filo spinato come una cicatrice aperta, lungo la linea che separa i fratelli di un tempo. Di là, basi militari russe e repubbliche separatiste (Abkhazia e Sud Ossezia) che la quasi totalità della comunità internazionale non riconosce. Di qua i prefabbricati e la precarietà di migliaia di sfollati di Guerra che hanno dovuto abbandonare case e affetti. La Georgia è la vitalità delle stradine pedonali di Chardeni (la Trastevere di Tbilisi), i grattacieli di Batumi (la Miami sul Mar Nero), i vigneti del Kakheti (il Chianti locale). Ma anche lo squallore scrostato degli alveari krusheviani. La povertà dei villaggi abbandonati. La vita dura dei minatori. La disoccupazione. L’emergenza ambientale dissimulata dal verde dei paesaggi.

Se vi ho raccontato più la bellezza della sofferenza è perché credo che questa gente e questi giovani abbiano la forza di trovare il futuro nelle fierezza antica della loro storia e nell’amore per la libertà e la democrazia ritrovate.

Ester Denaro Bartoli

Madre sivigliana, padre liparota. Sono nata e vissuta a Madrid fino a sei anni. A Buenos Aires, scuola e università. Ho lavorato per alcuni anni nell’azienda di famiglia. Ma ho deciso di fare la mamma e moglie a tempo pieno. Cinque figlie. Amo viaggiare e arredare. Cercando l’equilibrio nella vita come nella disposizione di mobili e oggetti. Abbiamo abitato in Francia, Cina e Stati Uniti e Georgia.

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