Declino demografico? Alla Farnesina la “Resistenza” è guidata da due Super Mamme

di Susanna Bonini Verola

Al loro attivo hanno nove sedi estere, una ventina di traslochi internazionali, varie permanenze romane (per entrambe la “sede più difficile”). E dieci figli in due!

Sono Ester e Maria Rosaria, le Super Mamme della Farnesina, salvo omissioni di cui, in buona fede, chiediamo sin d’ora venia. Con le loro famiglie formato maxi guidano la “resistenza” della Farnesina alla cosiddetta famiglia verticale (Padre-Madre e un solo figlio) il formato famigliare più frequente in un Paese dove le culle restano in cantina anche per timore del futuro e per le crescenti difficoltà a coniugare lavoro e famiglia.

Le statistiche del Censis confermano, infatti, che le famiglie con un figlio unico sono praticamente raddoppiate nel giro di 15 anni: erano 535mila nel 1999/2000, mentre nel 2016 hanno raggiunto il milione. Ha fatto seguito, a febbraio, il campanello d’allarme suonato dall’Istat nel bilancio demografico 2017 dove si registra un altro calo record delle nascite: 464mila bambini, il 2% in meno rispetto al 2016.

In quest’Italia che sembra destinata a un inesorabile declino demografico, dove i governi parlano di famiglia per poi scordarsene regolarmente, le nostre due amiche e socie ACDMAE sono decisamente delle mosche bianche. Piccole forse, ma coraggiosissime.

Abbiamo pensato che in un numero dedicato, fra l’altro, alle nuove sfide professionali per le famiglie globe-trotter, fosse doveroso parlare di loro. Non solo perché le loro capacità organizzative e “manageriali” non hanno pari. Ma perché ognuna di noi potrebbe senz’altro imparare qualcosa. Dalla loro esperienza e dal loro modo di sorridere alla vita!

Tutte e due hanno un matrimonio solido alle spalle ma anche mariti – entrambi in carriera e oggi Ambasciatori – non sempre a disposizione. Ester e Maria Rosaria non si conoscevano direttamente. E quindi le abbiamo messe in contatto noi, via email, proponendo loro di mettersi idealmente allo specchio e rispondere alle stesse domande. Un’inconsueta “doppia intervista” a distanza. Che ha divertito noi e, speriamo, ancor di più loro!

 

1) Tanti traslochi, tanti figli: avete mai avuto il dubbio di non farcela?

E: Quando mio marito intraprese la carriera diplomatica, avevamo già quattro figlie. Mi ero trasferita dall’Argentina, lasciando tutto per vivere con lui e sembravamo avviati a una vita “normale”, quella che sognavo dopo un’infanzia tra Madrid e Buenos Aires. Dopo qualche anno, invece, arrivò un nuovo lavoro a Milano e poi, mentre lavorava in un quotidiano, decise di provare il concorso ritenendo che quello del diplomatico potesse essere il suo lavoro ideale. Quando lo superò dovetti abbandonare definitivamente il sogno di una famiglia “stanziale”. Ammiro la sua capacità di chiudere le varie fasi della vita, e iniziarne altre, con entusiasmo. A me e alle ragazze invece i cambiamenti sono costati più sofferenze: Con una famiglia così numerosa, erano troppe le amicizie, le esperienze e i ricordi perché tutto potesse entrare negli scatoloni!

MR: E’ un dubbio che non mi posso permettere … Forse perché sono alle prese con un trasloco anche adesso!

2) La tua ricetta per sopravvivere al Container?

E: Direi muovere il meno possibile, non affezionarsi a nulla. Rivendere prima di partire. Non sempre è facile e non lo è certo per me. Il vantaggio di portarsi appresso un po’ della propria vita è quello di sentirsi meno stranieri. Ma è un beneficio anche per il sistema. Qui, ad esempio, la residenza era mezza vuota e con i nostri mobili abbiamo creato un’atmosfera accogliente.

MR: Razionalmente dovrei rispondere: seleziona, semplifica e butta via il superfluo. Praticamente, mi sono trascinata dietro anche il pelouche più consunto se questo poteva aiutare uno dei miei bimbi a sentirsi “a casa”.

3) C’è stato un trasloco particolarmente difficile? Perché?

E: Sicuramente il primo, quello che ci ha portato a Tolosa, in Francia, anche se si trattava di una destinazione vicina. Ero inesperta, con quattro bambine piccole. Lasciavamo una casa grande, tanti amici, le nostre abitudini e a una grande famiglia che viveva vicino a noi, quindi zii e cuginetti con cui le nostre figlie erano cresciute.

MR: Certamente il trasferimento Brasilia-Ginevra. Traslocare da una casa enorme, con un meraviglioso giardino tropicale, dove i bambini scorrazzavano liberamente e potevano tuffarsi in piscina, in un clima sempre temperato…Alla “freddina” Ginevra, dove ci saremmo dovuti sistemare in un appartamento. La scelta di vivere in campagna, invece, ci permise di ricostruire almeno in parte il nostro stile di vita precedente, clima permettendo. Dal punto di vista psicologico, penso che sia stato di grande aiuto per i miei figli lasciare i loro giochi del giardino di Brasilia a ragazzi del posto, meno fortunate di loro.

4) Cosa rende una sede “buona” per le famiglie numerose?

E: In una buona sede si parla una lingua utile da imparare. Ci sono scuole di qualità a costi non irragionevoli, e con un forte grado d’internazionalizzazione. Una sede family-friendly offre ai ragazzi possibilità di fare buone amicizie e una vita sana, non troppo falsata, e con tante attività extra-scolastiche: dalla musica allo sport, dalle lingue al volontariato. Il volo diretto fa la differenza per mantenere i legami con l’Italia. Ma non sempre si ha questa fortuna. E’ bello anche cogliere l’opportunità di conoscere il mondo, ed esplorare, tutti insieme, il Paese che ti ospita e quelli vicini. Dovunque siamo stati, abbiamo girato molto. Quei ricordi sono parte integrante del nostro patrimonio familiare. E credo anche un arricchimento professionale. Non puoi capire e raccontare se non esplori e non sperimenti.

MR: Dipende dall’età dei figli. Il Brasile, per esempio, è stato perfetto fin quando erano piccoli. Quando sono adolescenti, è preferibile portarli in ambienti con criteri educativi un po’ più simili ai nostri e dove possono anche incamminarsi verso un buon percorso universitario.

5) Secondo quali criteri (se ce ne sono) scegliete i vostri luoghi di approdo?

E: Per non lasciarsi prendere da tristezze o ansie è indispensabile coltivare un salutare grado di flessibilità e fatalismo. Inutile impuntarsi su una sede perché, ad attento studio, presenta tutti i parametri giusti. Non sempre le costellazioni si allineano come uno vorrebbe. Nella nostra esistenza, come – nel caso specifico – nella carriera. Contano piuttosto gli obiettivi di lungo periodo. E spesso sedi dove vai un po’ con il broncio si rivelano le più belle. Noi ad esempio, siamo finiti in Francia, mentre avremmo voluto prima una sede extra-europea per assicurare un’adolescenza più tranquilla in seconda sede. Non è andata così. Ma è andata comunque benissimo. Certo, qualche punto fermo è importante averlo per formulare su quella base formulare le proprie preferenze. Noi, ad esempio, non volevamo dividerci e abbiamo sempre cercato di conciliare gli interessi professionali con le esigenze famigliari. Da quest’ultimo punto di vista, fondamentale è la scuola. Noi abbiamo scelto il sistema francese: rete diffusa, buona qualità, uniformità di regole e metodi, per sentirsi, almeno in quello, sempre a casa. Abbiamo cercato di andare in Paesi in cui le nostre figlie potessero crescere sicure e non troppo viziate.

MR: Tutto dipende dalle varie fasi della famiglia. In quest’ultimo spostamento, per esempio, ha influito molto la vicinanza della sede, Oslo, alle tre diverse città in cui i miei figli maggiori, ormai universitari, si stanno stabilendo e, perché no, una ottima compagnia aerea low-cost che ci colleghi tutti! A pari merito, logicamente, la possibilità per i due figli minori che ci hanno seguito di potersi inserire in un percorso di studio scolastico consono, se non continuativo, al corso di studi che hanno finora svolto.

6) Il segreto per farcela comunque e dovunque: più regole o più flessibilità?

E: Servono entrambe. La flessibilità serve a navigare in acque non sempre conosciute e a saper cogliere i lati positivi che ogni esperienza nuova può riservare. Le regole a tenere la rotta. Ad assicurare stabilità ed equilibrio.

MR: Avere regole ed essere pronti, in ogni momento, a disattenderle!

7) Le regole irrinunciabili della vostra famiglia?

E: Semplicità, unità, curiosità e condivisione. Abbiamo sempre badato a che le nostre figlie gustassero pienamente l’opportunità di conoscere il mondo o imparare le lingue, sempre evitando qualsiasi accenno di supponenza o snobismo. Abbiamo cercato di rimanere uniti, di vivere insieme le nuove esperienze. Per loro è stato un grande aiuto. Quando arrivi in una scuola nuova, con compagni, cantanti, mode, abitudini, programmi televisivi e argomenti diversi, il fatto di poter contare sulle tue sorelle e su una famiglia unita che poi ritrovi a casa, ti dà grande forza per affrontare meglio le difficoltà di ambientamento. Infine, la curiosità di scoprire e capire il Paese che ti ospita, evitando qualsiasi atteggiamento ostile o – peggio ancora – stupidamente paternalistico. Esplorare e condividere.

MR: Direi che, nell’attuale formazione, le regole sono  obbligatoriamente molto flessibili! Ci sono però dei punti fermi che tutti rispettiamo: comunicare sempre e velocemente, via WhatsApp, perché tutti gli altri sappiano che cosa stai facendo e dove. Cenare tutti insieme, tutte le volte che è possibile, perché è un momento importante d’incontro. Ancora, mettere in discussione tutte le scelte, familiari e personali. E ascoltarsi, cercando sempre di capire le esigenze di tutti.

8)Vantaggi e difficoltà dell’essere numerosi e…Sparsi per il mondo?

E: Essere in tanti e uniti è bellissimo. Non mi sento mai sola, mi sento amata. Sono felice e, devo ammetterlo, orgogliosa, nel vedere quanto le nostre ragazze siano solidali, amiche tra di loro. Si sentono continuamente, si aiutano, si confidano.
Avendo fatto questa vita sono, senza retorica, “cittadine del mondo”. Con identità e valori ben radicati, ma sempre aperte alle differenze, a loro agio in ogni situazione. E’ naturale che si siano staccate presto dal nucleo familiare, per motivi di studio. E me le ritrovo ai quattro angoli del pianeta. Los Angeles, New York, Londra, Berlino. Ci sono WhatsApp e i voli low cost. Ma vedersi a colazione tutti insieme, la domenica, sarebbe un’altra cosa. Ecco, vorrei averle intorno a me, ma capisco che non è possibile e mi consolo pensando che poi viaggeremo, da una parte all’altra, per vedere loro e, spero, i nipotini.

MR: In questo momento penso solo al lato positivo e cioè alla capacità che ho riscontrato nei miei ragazzi, soprattutto affrontando un nuovo Paese, di fare gruppo. Aiutandosi, sostenendosi o anche, semplicemente, facendosi compagnia.

9) Per allevare e crescere una grande famiglia in giro per il mondo a cosa hai rinunciato?

E: Forse ho rinunciato a soddisfazioni materiali e professionali. Per seguire mio marito non ho lavorato nell’azienda di famiglia e abbiamo speso tanto per la formazione delle figlie. Ma non posso neanche chiamarle rinunce. Ho fatto quello che credevo giusto. Non ho rimpianti né coltivo desideri di rivalsa. Credo che aver contribuito a crescere delle belle persone sia la soddisfazione più ricca e duratura.

MR: Non mi sento di aver rinunciato a qualcosa! Non esiste posizione lavorativa né carriera che valga tanto quanto l’aver visto il primo sorriso del mio bimbo o l’esser vicina a uno dei mei ragazzi dopo un successo scolastico.

10) Quanto conta l’aiuto del partner nel successo di un grande progetto familiare?

E: Tutto quello che Antonio è riuscito a fare nel lavoro, nello studio, nella famiglia lo deve anche a me. E me lo riconosce. E io non avrei potuto fare tutto senza di lui. In molti momenti il “peso” della famiglia ha gravato soprattutto sulle mie spalle. Ma non ero certo da sola, sennò non ce l’avrei fatta. Una famiglia comporta grandissime gioie ma anche molti sacrifici. Pensare di condividere i risultati, senza contribuire all’impegno quotidiano, oltre che egoista, non è – di fatto – praticabile. La famiglia è una vera joint venture.

MR: Fondamentale! Senza Alberto non ce l’avrei fatta. Anche lui ha sempre anteposto il benessere della sua famiglia e la vicinanza ai figli a qualsiasi altra cosa; e se questo ha significato perdersi qualcosa, non ce ne siamo accorti! Nell’equilibrio di una famiglia, a fronte di una mamma materna e giustamente ansiosa, sentimentale e forse un po’ indulgente, la figura del papà caratterialmente concreto e coinvolgente, è insostituibile.

11) In Italia (e alla Farnesina) si fanno pochi figli. Perché secondo voi?

E: Qui rischio di sembrare all’antica. Invece credo di essere all’avanguardia. La risposta è semplice. Ogni legame è, al tempo stesso, arricchimento e rinuncia. Fare un figlio significa rinunciare a molte cose ma, se ami molto, ti senti più ricco e non percepisci tutto questo come rinuncia. Se sei una persona equilibrata e hai un partner alla tua altezza, puoi (anzi devi) poterti permettere le tue personali soddisfazioni, ma sai che devi sempre conciliarle con un contesto più ampio: non ci sei solo tu. Una società improntata sull’egoismo e il consumismo fa invece figurare i legami affettivi come insopportabili limitazioni ai propri progetti – spesso effimeri – di autorealizzazione. Alla Farnesina le cose si complicano ulteriormente perché la vita diplomatica è una forza centrifuga, che mette a dura prova i legami familiari e comporta ancora più rinunce. Fare figli significa avere fiducia nella vita. E nella società, come alla Farnesina, dovremmo incoraggiare questo “investimento”. Non solo per salvare le casse dell’Inps o contraddire le Cassandre demografiche. Ma perché è su questo che si gioca il nostro futuro.

MR: Forse perché si parla sempre in termini di “rinunce” (economiche e personali)che un figlio richiede, senza sottolineare l’arricchimento, cento volte maggiore, che un’esperienza del genere ti da.

12)Se potessi chiedere al nostro Segretario Generale un provvedimento a favore della famiglia, cosa chiederesti? Cosa chiederesti, potendo, al nuovo Governo?

E: L’indennità estera per i figli copre parzialmente le spese effettive (dipende, ovviamente, dalle sedi e dalle scuole). Ma rappresenta comunque un contributo significativo. Dove il peso di una famiglia numerosa diventa eccessivamente gravoso è nei periodi a Roma. Nuclei, spesso monoreddito, devono affrontare rette di scuole internazionali particolarmente onerose. E non c’è scelta: a meno di non destabilizzare completamente i nostri figli, è opportuno lasciarli nel sistema scolastico seguito all’estero. Anche per non pregiudicarne il reinserimento nelle tappe successive. Almeno per un certo periodo, giustizia vorrebbe che ci fosse un’indennità scolastica anche in Italia. Sono consapevole di come ristrettezze di bilancio e pregiudizi demagogici rendono tale misura difficilmente realizzabile, ma ciò non significa che non sarebbe giustificata.

Sul piano generale, nonostante tanta retorica e decenni di governi d’ispirazione cattolica, l’Italia resta fanalino di coda nelle politiche per famiglie e gli effetti si vedono. Gli strumenti sarebbero tanti: congedi parentali, agevolazioni fiscali e tariffarie, assegni familiari, telelavoro, sviluppo d’infrastrutture e servizi. E’ questione complessa e le decisioni andrebbero prese studiando l’effetto delle varie politiche e optando per le combinazioni più efficaci. Senza ideologia, e lo dico da cattolica, ma con pragmatismo. E’ anche un problema culturale: i sussidi non bastano, ovviamente, ma con più asili e modalità di lavoro più moderne e flessibili daremmo più spazio al futuro, i nostri figli.

MR: Al nostro Segretario Generale chiederei di pensare a quanto vale, per un funzionario nello svolgimento delle sue delicate mansioni, essere accompagnato e aiutato da una famiglia serena e ben ambientata. Ecco, chiederei, a chi è predisposto a promozioni e assegnazioni di sedi e uffici, di valutare questo “Fattore Serenità” prima di altri (astratti quanto inconsistenti) parametri di efficienza. Al prossimo Governo chiederei poi di concedere alle mamme che lo desiderano la possibilità (anche economica)di stare a casa e seguire i propri figli nella fasi più delicate della loro crescita. Ne risulterebbero sicuramente dei cittadini (e una società) migliore!

13) Diplomazia e grandi famiglie, lo consiglieresti?

E: La famiglia numerosa è scuola di vita e quindi la consiglierei a prescindere dal lavoro. In Diplomazia diventa più difficile…Ma anche più divertente! Siamo cresciuti insieme, visitando luoghi bellissimi e scoprendo culture diverse. Insieme abbiamo ammortizzato gli scompensi della mobilità e abbiamo condiviso le gioie delle scoperte.

MR: Certamente si! Perché il grande gruppo familiare è certamente il più valido supporto nei cambi di sede e di stili di vita. La curiosità, gli stimoli, le provocazioni che tante diverse personalità possono mettere in comune in una famiglia numerosa sono senz’altro di sostegno alla parte “ufficiale” dell’inserimento in una nuova sede.

Susanna Bonini Verola

Ha vissuto a Parigi, dove ha terminato gli studi in Scienze Politiche, Bruxelles e Washington. Giornalista professionista e TV Producer, ha lavorato nelle trasmissioni di approfondimento di RaiNews24-Rai 3 e per i notiziari TV di Euronews (Lione). Dopo varie collaborazioni con radio e magazine, approda ad Adnkronos con cui collabora per oltre 10 anni. Rientrata a Roma è attualmente impegnata nelle attività della No-Profit “US-Italy Global Affairs Forum” ed è coordinatrice di questo Notiziario.

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