Villa Madama, raccontata da Ludovico Pratesi

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di Ludovico Pratesi

L’attività dell’ACDMAE inizia ogni anno a settembre sotto le volte raffaellesche e nelle logge sui giardini. Presentiamo i nostri programmi nella cornice di Villa Madama, residenza a disposizione della Presidenza del Consiglio.
Non potremmo avere una sede più bella per descrivere il calendario delle attività dell’anno. Le invitate, socie tradizionali e future, che arrivano sulle pendici di Monte Mario per la prima volta, restano talmente colpite dalla residenza che una guida è necessaria, ogni anno, per raccontare la storia del progetto di Raffaello.
Ludovico Pratesi autore della descrizione, ci concede per “Altrov’è” una sua rilettura della storia di Villa Madama. 

Il cardinale Giulio de Medici, uno degli uomini più in vista di Roma all’alba del Cinquecento, poteva essere definito una persona fortunata.
Cugino di papa Leone X, aveva ricevuto da lui incarichi di importanza eccezionale: era stato Governatore della città e Vicecancelliere di Santa Romana Chiesa. Come se non bastasse, nel 1523, alla morte del pontefice, aveva preso il suo posto con nome di Clemente VII.
Probabilmente tutto questo potere gli aveva montato la testa sviluppando in lui un’ambizione senza freni. Quando nel 1517 aveva chiamato Raffaello Sanzio per progettare la sua villa sulle pendici di Monte Mario, i suoi desideri dovevano essere stati molto chiari: voleva che la fastosa residenza fosse all’altezza delle dimore degli antichi imperatori, come Villa Adriana o la meravigliosa “Domus Aurea” di Nerone.
Effettivamente, il progetto di Raffaello aveva delle proporzioni tali da non sfigurare di fronte a simili meraviglie; due ali di saloni e logge disposte intorno ad un ampio cortile circolare e affacciate sui lussureggianti giardini circostanti; un teatro all’aperto per gli spettacoli; un criptoportico; un ippodromo con tanto di scuderie per quattrocento cavalli.
Tutti intorno aiuole, fontane, ninfei, torri e peschiere collocate sulle terrazze degradanti verso il Tevere.
Purtroppo però i lavori procedevano a rilento, anche a causa dei costi di realizzazione. Così, quando il divino Raffaello muore (nel 1520) era in piedi soltanto un terzo della villa. Interrotta la costruzione, che non venne mai ripresa, i suoi allievi si dedicarono alla decorazione interna: Giovanni da Udine pensò agli stucchi, mentre Giulio Romano si dedicò agli affreschi, sotto la direzione dell’umanista Mario Maffei da Volterra, incaricato dal cardinale di seguire i lavori.

Dopo aver ammirato le sobrie linee del cortile, si accede al vestibolo, interamente rivestito di candidi stucchi eseguiti da Giovanni da Udine, che ripropongono modelli e suggestioni tratte dal repertorio dell’arte classica. Tempietti, architetture prospettiche, statue di divinità, festoni d’edera e raffinati rilievi ricordano la fonte letteraria a cui si ispira l’intera decorazione: le “Metamorfosi” di Ovidio.
Di fronte, ecco la splendida loggia aperta sul giardino, dove la fantasia dei due artisti si è sbizzarrita per ricreare il fascino della Roma imperiale. Lo spazioso ambiente, che riprende la struttura delle Terme romane, possiede una volta intarsiata di stucchi policromi, dove le scene mitologiche si alternano con gli stemmi del cardinal de Medici.
Nella cupola centrale, intorno all’emblema della famiglia toscana, ruotano le quattro stagioni accompagnate dagli elementi naturali, raffigurati con le sembianze degli “antichi dei”: Giove è l’aria, Giunone la terra, Nettuno l’acqua e Vulcano il fuoco.
La campata sinistra invece è dedicata ad una famosa storia d’amore, l’idilli6 tra il ciclope Polifemo e la nereide Galatea. Quest’ultima è la protagonista dei rilievi in stucco che compaiono sulla volta, mentre lo sfortunato ciclope e raffigurato nella lune@ disteso nel suo umido antro.
Per accedere alla “Sala di Giulio Romano”, riservata un tempo ai banchetti solenni, si passa attraverso due sale che conservano ancora delle decorazioni rinascimentali. Ma il salone non teme confronti, con la sua alta volta affrescata da Giulio Romano con lo stemma del cardinale circondato da una ghirlanda di fiori e frutta, e ai lati le immagini di due carri guidati da una coppia di dei. Sono i cocchi del sole (rappresentato da Apollo) e della Luna (Diana) e simboleggiano lo scorrere del tempo.
Tutto intorno al riquadro centrale, l’artista ha dipinto poeti e danzatrici, divinità ed una serie di animali molto realistici, mentre un elegante fregio su fondo azzurro corre lungo le pareti della sala.
Infine ecco il giardino pensile, dove si può ammirare la curiosa Fontana dell’Elefante, un omaggio al
simpatico pachiderma Annone, regalato a papa Leone X dal re Manuele del Portogallo e beniamino della corte pontificia. Un grande portale fiancheggiato da due colossi in stucco di Baccio Bandinelli divide il giardino all’italiana da quello “selvatico”, dove antiche statue occhieggiano da siepi di bossi e snelli cipressi.
Un’ultima curiosità: il nome, “La madama” che ha dato il nome alla villa era Margherita d’Austria, figlia di Carlo V, che si sposò prima col duca di Firenze Alessandro de Medici e poi con Orazio Farnese.
La signora abitò nella villa prima da giovane e poi da vedova: fu il popolo romano, che la amava molto, ad affibbiarle il simpatico soprannome.

Ludovico Pratesi
Foto di ludovico-pratesi per biografia

Critico d’arte e curatore, collabora con “La Repubblica” dal 1985. E’ direttore artistico del Centro Arti Visive Pescheria di Pesaro e della Fondazione Guastalla, professore all’Accademia di Belle Arti di Urbino e
direttore artistico dell’associazione Giovani Collezionisti.

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