Grande Crue

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di Chiara Mezzalama


Chiara Mezzalama ha condiviso l’esperienza di vita che ci accumuna, in quanto figlia di un diplomatico. Ha maturato un’attenzione ed una sensibilità particolari ed acutissime nel guardare al mondo e alle emozioni. E nel guardare dentro sé stessa. I suoi romanzi sono molto belli, in particolare “Il giardino persiano” (Ed. E/O, 2016) è una lettura che consigliamo a tutti, anche ai nostri figli che si riconosceranno nelle parole di Chiara. Altrettanto interessanti sono questi due racconti che la Scrittrice ha voluto offrire per le pagine di ALTROV’E’.

Avevo deciso che per un anno ci sarei andata ogni lunedì pomeriggio. La tessera che decretava la mia amicizia con il museo, del valore di 80 euro, mi dava accesso illimitato e preferenziale ad ogni suo spazio, sala, galleria, anfratto. Avrei potuto così visitarlo tutto, fare il giro del mondo attraverso il tempo e lo spazio. All’inizio non facevo che perdermi, come mi trovassi in un labirinto la cui conformazione cambiasse di volta in volta. Prendevo ascensori, salivo scale mobili, scendevo scaloni monumentali, attraversavo corridoi e sale gigantesche. Come pensavo di poter mai diventare intima di uno spazio così grande, stratificato, antico e affollato? Era questa la vera sfida. Cresceva in me una smania di possesso. Pensavo che se mi fossi sentita a casa lì dentro, avrei conquistato una parte della storia dell’umanità. I quadri che amavo, le statue, le sculture, le ceramiche, gli arazzi, gli oggetti sarebbero diventati una parte di me, mi avrebbero nutrita e guarita dal pessimismo crescente riguardo all’umanità e alla sua capacità di sopravvivere a se stessa. Se degli uomini (e poche, troppe poche donne almeno per la storiografia ufficiale) avevano usato il loro tempo per cercare di ricreare la bellezza, cento, mille, duemila, diecimila anni fa, allora forse non tutto era perduto.

Passeggiavo tra le opere, tornavo sui miei passi come per ritrovare un vecchio amico, o visitare un’anziana e saggia signora che mi avrebbe illuminato sui segreti dell’amore, sui misteri della storia, sull’enigma di questa nostra presenza sulla terra, sui doni della natura, la perfezione delle forme e la forza del colore. Eppure qualcosa mi disturbava. Era quel fortissimo brusio di fondo prodotto dall’enorme quantità di gente che affollava alcune sale. Come si poteva osservare un dettaglio, raccogliersi davanti a una donna o un fiore in mezzo a quella confusione? E poi una domanda mi ossessionava: perché la gente aveva preso l’abitudine di fotografare i quadri con il telefonino invece di guardarli? In che modo uno schermo poteva sostituisti all’esperienza dello sguardo? C’entrava forse qualcosa il bisogno di possesso? Portare via con sé l’oggetto del desiderio, metterselo in tasca; ma come potrebbe una tale rappresentazione prendere il posto del piacere effimero, eppure così esclusivo, di trovarsi di fronte all’opera vera, unica, irripetibile? L’opera non si può comprare. È lì, richiusa nel museo per sempre. Ed è esattamente questa la funzione del museo: rendere un bene inalienabile, trasformandolo in patrimonio di tutti. Cominciai a guardare la gente che guardava le opere, cercando di capire in che modo cercasse di appropriarsene, poi abbondonavo la folla per rifugiarmi nel sottosuolo, dove il mondo degli antichi taceva immobile, misterioso, con la consapevolezza di reggere tutto il peso dei piani superiori.

Venne la pioggia, tanta pioggia che fece crescere il fiume a dismisura. Ricevetti una telefonata, era un giovedì mattina, il 2 giugno se non sbaglio. In quanto amica del Louvre, avrei accettato di passare una notte a spostare le opere, migliaia di opere, dai sotterranei delle réserves ai piani superiori? Il fiume minacciava di esondare, il tempo stringeva, servivano volontari per questa operazione di soccorso. La prima cosa che mi colpì quella notte, appena arrivai, fu il silenzio. Lo spazio, vuoto di tutti, sembrava essersi dilatato. Era così ogni notte, ma solo in pochi potevano saperlo e io, finalmente, ero tra quelli. Non ero sola, centinaia di persone come me erano state reclutate. Molte delle ceramiche, le più fragili, erano già imballate, a noi toccava il semplice compito di portarle ai piani superiori, dove l’acqua aveva meno possibilità di arrivare. Lavoravamo in silenzio, come ci trovassimo al cospetto di qualcosa di sacro, fragile, e anche solo le nostre parole avrebbero potuto arrecare un danno. Lentamente, viaggio dopo viaggio, gli oggetti risalirono fino al piano terra, giacendo ai piedi della Venere di Milo che ci osservava silenziosa ma sembrava vegliare al buon esito dell’operazione. Fu una notte lunga e faticosa eppure sembrò passare in un baleno. Quel disordine di scatole con su scritto fragile mi fece venire in mente la guerra, e un film che avevo visto sul tentativo di salvare le opere dall’ingordigia del potere nazista, quella stessa smania di possesso che ci accomuna tutti, ma che loro avevano avuto il potere di trasformare in danno perenne. Quella notte sentii tra le braccia il peso dei vasi, delle anfore, le statuine; chissà quali tesori stavo trasportando. All’alba avevamo quasi finito ma l’acqua continuava a crescere.

Pensai al quadro di Antonio Carracci, Diluvio Universale, che avevo visto qualche giorno prima. Quei corpi nudi, scolpiti, di uomini che lottano contro i flutti, le donne e i bambini trascinati dalla furia del mare, il cielo carico di nuvole minacciose, la fine del mondo. Era forse questo che stava accadendo? Lo vivevano ogni giorno coloro che tentavano di attraversare il mare per raggiungere le nostre coste dell’ultima speranza. La fine del mondo. Per un momento ebbi la tentazione di salire al primo piano per ritrovarmi da sola in quella sala, davanti a quel quadro di 400 anni fa che parlava di oggi e di sempre. Ma non trovai il coraggio, qualcuno già ci invitava a prendere un caffè per ricompensarci della notte d’insonnia. Non mi sentivo affatto stanca, anzi. Mi fermai ancora un momento a guardarla, lei la Venere in mezzo ai cartoni, con il suo viso altero, il capo leggermente reclinato, la veste sul punto di cadere lasciando scoperto il resto del suo corpo e mi resi conto di quanto fosse vana ogni mia ambizione.

Chiara Mezzalama
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Chiara Mezzalama è nata a Roma il 28 settembre 1972. Vive a Parigi. Figlia di un diplomatico, ha passato la sua infanzia all’estero. Scrittrice, traduttrice e psicoterapeuta, ha pubblicato il suo primo romanzo, Avrò cura di te con le Edizioni E/O nel 2009. Scrive per la rivista della Società Italiana delle Letterate Leggendaria e per il blog di lettura Tempoxme, collabora con la rivista Left. Ha scritto un diario sugli attentati terroristici a Parigi Voglio essere Charlie: diario minimo di una scrittrice italiana a Parigi per Edizioni Estemporanee. Il giardino persiano è il suo secondo romanzo. 

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